Una “Credenza” stellata

20130314_170101Per andare a San Maurizio canavese si va verso le montagne e, in una bella giornata di sole come quella della scorsa settimana, la vista delle Alpi imbiancate è meravigliosa!20130314_124044

La Credenza si trova in questo paese in provincia di Torino: quando si arriva l’unico dettaglio per capire di essere giunti nel posto giusto è una vetrina con il menù ed una padella appesa che funge da citofono.

La prima cosa che mi colpisce, non appena varco la soglia, è la gentilezza del personale: un’accoglienza discreta ma attenta, un farti sentire importante, come se ti avessero invitato a mangiare da loro.

La sala è incantevole, curata in ogni minimo dettaglio, il soffitto sembra una scultura di legno, l’immensa vetrata che da sul giardino, dove ci si può rilassare durante il pasto, fa entrare la luce naturale, siamo nel canavese ma potremmo essere ovunque, tutto sembra fatto per farti sentire a casa, per rilassarti, per concentrarti solo sul cibo e sul piacere di essere lì a farti viziare.

E poi lo chef Giovanni Grasso viene a raccontarti il menù, ti chiede quali sono i tuoi gusti, cosa avresti voglia di mangiare, ti fa delle proposte, ti consiglia, ti ascolta. A questo punto inizia la sfilata dei piatti, un tripudio di gusti, profumi, sapori, si intuisce che le materie prime sono delle eccellenze, che sono state cercate e testate, il carattere delle portate è notevole.

La mia degustazione è iniziata con un antipasto d’ accoglienza che sembrava un dipinto, tra un salame di turgia e una gelatina di verdure con foglie di cavolo fritte; poi siamo passati ad una battuta di fassone locale con topinambur, crema di acciughe, olio di rosa e una spruzzata di rosa rossa sui bordi; una terrina di carne, esattamente bollito di vitello e salame di turgia, con verdure ed un emulsione di olio, limone e senape in grani, bagnetto verde classico, giardiniera con tonno frullata e gocce di aceto balsamico: i primi erano un risotto di peperoni con crema al prezzemolo e pezzi di acciuga e tortelli di borragine e ricotta, ripassati in burro e maggiorana, schiuma di latte alla noce moscata, pesto e spinaci; una tagliata con cicoria ripassata nell’aceto di mele, purea di sedano rapa e senape in grani, sugo d’arrosto con buccia di arancia grattugiata, anice stellato e scaglie di sale; infine bacio di dama 2006 rivisitato con una schiuma di moscato e una mousse di mela con biscotto morbido di nocciola, lime e salsa gianduja… il tutto accompagnato da ottimi rossi come il merlot friulano Primosec del 2008 ed un Frescobaldi Mormoreto. Anche il pane è fatto in casa, da quello con basilico e pinoli, a quello con le olive o con il nero di seppia e le mandorle o il sesamo e i capperi oltre alla cialde croccanti.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Sembra un ovvietà dire che tutto era buono, ricercato, un esplosione di gusti e sapori, tra dolce e salata, contrasti che si armonizzano, come una sinfonia eseguita in maniera magistrale dall’orchestra.

20130314_161225

La Credenza non è un nome a caso, indica qualcosa che ognuno di noi almeno una volta nella vita ha avuto nella propria casa… la Credenza è un team, una squadra (continui i riferimenti da parte di Giovanni al calcio), tutti devono saper fare tutto: c’è Giovanni Grasso che ha fondato il ristorante nel 1991, con la moglie, ottima sommelier che si occupa della cantina; c’è Igor Macchia, la sua spalla, che gira per il mondo a caccia di nuovi stimoli e prodotti, c’è Chiara, la pasticcera che gestisce la cucina, a cui nulla sfugge e tutto “comanda”, e ancora Ivan Onorato e tutta il resto della brigata e del personale di sala, che da anni è con loro, che si impegna, segue, impara, cambia.

Mi ha molto colpito la loro filosofia di trasmettere le informazioni e la cultura dell’ arte culinaria, di essere una grande famiglia i20130314_142239n cui ognuno deve dare il suo supporto, ma è anche un azienda, con la sua organizzazione, con la ricerca, gli investimenti, le persone che devono essere motivate e complementari l’un l’altra, proprio perché ognuno ha il suo ruolo ma la cucina non deve mai fermarsi, nessuno deve essere indispensabile: la crescita del singolo diventa la crescita del ristorante. E’ bello vedere che c’è chi da importanza al valore umano, chi investe nelle persone, nel loro potenziale, chi lavora ancora con passione ed entusiasmo, chi non si spaventa degli orari, della fatica, del cambiamento. Questa è una cucina che usa ancora “una stufa vecchia” ma che prende anche il meglio dalla tecnica senza mai tralasciare la tradizione, che crede nell’organizzazione, nella continuità, nel mettersi in gioco.

Quando esci ti rendi conto che potresti essere ovunque, che quello che hai vissuto è stata un’ esperienza e non solo di gusto, che sei stato viziato, che ti sei rilassato, che hai conosciuto persone speciali che ti hanno fatto sentire parte della loro bellissima famiglia, così come racconta la loro foto, tutti insieme che fanno ognuno uno stesso gesto da piccoli così come da grandi, e vorresti far parte anche tu di tutto ciò.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: